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“A tavola senza drammi!”: otto spunti per genitori esausti!

Mangiare non e’ solo nutrimento. E’ cultura, relazione, scoperta. Eppure, per molte famiglie, il momento del pasto diventa un campo di battaglia: ci sono bambini che rifiutano il cibo, c’è chi chiede cibi sempre differenti da quelli che sono in tavola, chi mangia sempre le stesse tre cose, chi si distrae, chi mangia solo davanti ad un cellulare, chi si dispera ecc.

L’alimentazione infantile è un territorio complesso dove si intrecciano neurobiologia, sviluppo sensoriale, psicologia dell’attaccamento, abitudini e dinamiche familiari. Questo articolo propone otto spunti pedagogici, per provare ad approcciarsi al cibo in modo un pochino più sereno.

Ovviamente questo articolo non sostituisce un’analisi specialistica e personalizzata con un* professionista dell’alimentazione, ma può essere un primo passo per avere qualche informazione in più.

1. CIBO, CERVELLO E COMPORTAMENTO

Uno degli aspetti più trascurati nell’educazione alimentare riguarda l’impatto diretto di ciò che mangiamo, o non mangiamo, su umore, concentrazione, regolazione emotiva e qualità del sonno. I micronutrienti sono i mattoni dei neurotrasmettitori: senza di loro, il cervello fatica a regolarsi.

Vediamo un piccolo specchietto delle carenze più frequenti nei bimbi e bimbe e i loro possibili effetti:

Ferro Difficoltà di concentrazione, iperattività, irritabilità, sonno disturbato. Essenziale per la sintesi della dopamina.
MagnesioCarente in una percentuale altissima di bambini con ADHD. Provoca ipereccitabilità, nervosismo e difficoltà ad addormentarsi.
Omega-3 (DHA/EPA)Fondamentali per le membrane neuronali e la corteccia prefrontale. La carenza si manifesta con impulsività, labilità emotiva e scarsa attenzione.
Vitamina D Neurormone che regola serotonina e dopamina. La carenza è associata a umore instabile e ritmi circadiani alterati.
Zinco e vitamine B6/B12Coinvolti nella sintesi di GABA, serotonina e dopamina. La carenza incide su tolleranza allo stress e qualità del sonno.

Importante: prima di integrare qualsiasi vitamina o minerale, richiedete esami specifici al pediatra (ferritina, vitamina D, zinco ecc) e parlatene con un professionista. Una dieta varia e completa è sempre il primo strumento.

Questa premessa non serve a colpevolizzare nessuno o a far diagnosi, semplicemente serve a ricordare che ciò di cui ci nutriamo può influenzare il nostro benessere, ma questo vale per tutte le età!

2. CREA UN AMBIENTE RELAZIONALE POSITIVO

Il contesto emotivo in cui si mangia conta quanto il contenuto del piatto. Le ricerche sull’alimentazione infantile mostrano costantemente che la pressione, il controllo e l’ansia dei genitori durante i pasti sono tra i principali predittori di selettività alimentare e di rifiuto del cibo.

La tavola dovrebbe essere un luogo di piacere condiviso, non di negoziazione o confronto. Ciò vuol dire che i commenti sul quanto si mangia o come, non dovrebbero trasformare ogni pasto in valutazioni, minacce, svalutazioni o castighi. Possiamo approcciarci al cibo in modo curioso, dimostrando piacere, gratitudine e soddisfazione per ciò che abbiamo nel piatto, senza che questo diventi un’arma di potere. Altra cosa importante, se si può, mangiate insieme, senza schermi, senza cellulari. Il pasto condiviso è il contesto evolutivo naturale in cui i bambini imparano cosa si mangia e come, oltre a diventare uno splendido momento relazionale e di condivisione.

3. LA CUCINA DI CASA NON E’ UN RISTORANTE

Non possiamo delegare a bimbi e bimbe la scelta di cosa mangiare e quando, sono i famigliari ad avere sotto controllo la varietà del cibo, la consapevolezza del tipo di proteine, vitamine, minerali, carboidrati che si alternano nei pasti. Possiamo certamente offrire diverse tipologie di cibo e andare incontro ai gusti personali di tutti, ma ad un certo punto si mangia quello che c’è, considerando che un alimento di gradimento in tavola può essere sempre presente, senza però metterci a cucinare e cambiare menu ad ogni pasto, dopo ogni richiesta. Mantenere il punto senza rabbia o svalutazioni, semplicemente, proponendo alimenti vari, nel genere e nella forma e invogliare a sperimentare con curiosità.

4. LA SELETTIVITA’ ALIMENTARE ESISTE

La selettività alimentare, il rifiuto sistematico di alcuni cibi basato su colore, consistenza, odore o semplice novità, può essere normale fino a circa 5-6 anni (neofobia fisiologica). Quando persiste o è intensa, può indicare una sensibilità sensoriale aumentata, spesso associata a profili neurodivergenti (ADHD, autismo o disturbi della processazione sensoriale).

Per questi bambini, la texture del cibo, il suo sapore o l’odore, è un ostacolo fisico reale, non un capriccio. Il cervello elabora le informazioni sensoriali del cibo in modo amplificato: sapori troppo intensi, consistenze “strane”, temperature inaspettate possono generare un vero e proprio disagio fisico. Forzare l’assaggio in questi casi non accelera l’accettazione ma la ritarda.

Se pensate che questo sia il vostro caso, oltre che a sentire un professionista dell’integrazione sensoriale, si può provare a favorire l’esposizione graduale dei cibi senza pressione (il cibo nuovo viene solo guardato, poi toccato, poi annusato, poi forse assaggiato, anche dilazionando i tempi su più settimane). Variare gradualmente la preparazione dei cibi accettati (patata lessa, poi al forno, poi in purea) può essere una strategia!

5. COINVOLGERE NELLA SPESA E NELLA PREPARAZIONE

I bambini mangiano con più piacere ciò che hanno contribuito a preparare. Il coinvolgimento nelle fasi di preparazione del cibo, nell’acquisto, lavare le verdure, mescolarle, disporre nel piatto, crea un legame di familiarità e senso di competenza che riduce il rifiuto.

Anche avere un piccolo orto (un vaso di erbe aromatiche sul balcone, una pianta di pomodorini o fragole), cambia il rapporto con il cibo. Se innaffio dei pomodorini o mi prendo cura di alcune piantine, sono infinitamente più curios* di assaggiare ciò che ho aiutato a far crescere rispetto a chi vede la verdura semplicemente messa nel piatto.

6. UN PIACERE, IN TUTTI I SENSI

Il piacere è il motore più potente dell’educazione alimentare. I bambini che crescono con un rapporto piacevole con il cibo, fatto di curiosità, scoperta, convivialità, sviluppano autonomamente preferenze più variegate di quelli cresciuti sotto pressione o con un contesto dove il cibo è un dovere o qualcosa da giudicare costantemente.

Questo significa portare il cibo anche fuori dal pasto. Favorire esperienze sensoriali che hanno come protagonisti il cibo (“senti come profuma”, “guarda che colori”), le gite al mercato, i laboratori di cucina, i libri illustrati sul cibo, alcuni giochi di esplorazione dove annusare spezie o manipolare alcuni alimenti, raccontare storie e informazioni sul cibo e la sua provenienza ecc. La conoscenza intellettuale e sensoriale del cibo precede spesso la disponibilità ad assaggiarlo e costruisce una relazione culturale ed emotiva che si traduce anche in apertura.

7. SIATE ESEMPIO

Come faccio a invogliare qualcuno a mangiare verdure, legumi o altro se sono la prima che fatica a farlo? Come posso stimolare l’esperienza se cucino sempre le solite 4 cose nello stesso identico modo?

I genitori sono il modello di riferimento primario nell’apprendimento alimentare dei figli, proprio perché il primo approccio dei bambini al cibo avviene per imitazione: osservare come mangiano gli adulti di casa, con quale curiosità o rifiuto, orienta direttamente il comportamento a tavola dei più piccoli e piccole. Alcuni studi confermano che la disponibilità in casa di un’ampia gamma di alimenti e preparazioni aiuta i bambini a superare le barriere verso cibi come frutta e verdura, mentre un’alimentazione monotona dei genitori, spesso per abitudine o fretta, limita l’esposizione dei figli a nuovi sapori e nuovi stimoli. La letteratura clinica dimostra che presentare un nuovo alimento più volte, senza forzare, può richiedere anche 10-15 tentativi prima che il bambino lo accetti, un processo che riesce molto più facilmente se il genitore stesso mostra, a ogni tentativo, curiosità genuina verso quel cibo invece di limitarsi a proporlo. A volte anche il mondo adulto ha bisogno di aprirsi un po’ non solo alla consapevolezza di una sana alimentazione, ma anche ad adottare una modalità più serena, aperta e curiosa al cibo.

Ricettari, sperimentazioni o chiedere un supporto possono essere passi utili per cambiare anche la nostra visione, a volte un po’ limitata, di ciò che può essere il cibo e il mondo della nutrizione!

8. NON SONO STATUINE!

“Non sopporto che si muova sempre quando mangiamo”, “ogni scusa è buona per alzarsi da tavola”, “a volte giochiamo a tavola o guardiamo la TV, è l’unico modo per farla stare ferma” ecc.

Bambini e bambine piccoli faticano a restare sedut* a lungo perché il loro sistema di autoregolazione (attenzione sostenuta, controllo degli impulsi, tono muscolare e posturale) è ancora immaturo dal punto di vista neurologico (e ecco che torna il cervello!): la corteccia prefrontale, responsabile del controllo inibitorio, non è ancora totalmente formata!

Sgridare o arrabbiarsi perché un bambino non sta fermo quindi è come arrabbiarsi per qualcosa che il suo corpo e cervello non sono ancora in grado di fare!

Proviamo a trovare attività di scarico prima di mangiare, in modo da poter sostenere il momento del pasto con più facilità e, se serve, diamo dei piccoli compiti a tavola (versare l’acqua, passare i tovaglioli, servire il pane) o spazi per alzarsi, fare qualcosa e ritornare a tavola, in modo tale da scaricare un po’ di energie, sentirsi utile, coinvolto e soddisfare un po’ il bisogno di movimento. Valutare un supporto sensoriale, se dovesse servire, come un cuscino dinamico (wobble cushion) o permettere la possibilità di dondolarsi o muoversi leggermente sulla sedia, possono essere strategie di aiuto. Il bisogno di muoversi è un segnale fisiologico non una sfida o cattiva educazione. Ridimensionare le nostre aspettative aiuta a vivere il pasto con meno tensione, per tutta la famiglia. Ovvio non dobbiamo rincorrere persone con forchette in mano o nutrire mentre si gioca. Lo spazio del pasto è la tavola, quindi per mangiare è quello il posto indicato. Parlate con fermezza e calma, dite cosa vi aspettate, senza pretendere che si stia immobili per mezz’ora o un’ora. In caso vi trovaste in posti dove non è possibile alzarsi e andare a giocare, permettete piccole attività controllate durante una lunga cena e, magari, organizzate e concordate insieme questo momento prima di sedervi a tavola, decidendo cosa portare e cosa poter fare durante il pasto.

https://www.unavitasumisura.it/wp-content/uploads/2013/09/Nutrintake.pdf

https://www.stateofmind.it/2025/02/abitudini-alimentari-genitori-figli

https://alimentazionebambini.e-coop.it/alimentazione-corretta/educazione-alimentare-i-bambini-imitano-gli-adulti

https://www.istitutodanone.it/cibo-sviluppo-cervello-dei-bambini-sin-dal-concepimento

https://www.studioirpinoneuroscienze.it/2018/10/10/selettivita-alimentare-ed-inappetenza-nei-bambini-perche-cosa-fare/

https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2023.1269462/full

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK559155/

https://developingchild.harvard.edu/science/key-concepts/brain-architecture

CAPIRE LE EMOZIONI

Tempo fa ho scritto diversi articoli che parlano di INTELLIGENZA EMOTIVA https://www.sarabalducci.it/second/tag/emotivita/ e del perché è importante svilupparla https://www.sarabalducci.it/second/2021/01/14/intelligenza-emotiva-cose-e-perche-se-ne-parla-tanto/ consigliando anche alcuni libri per parlare di emozioni a seconda delle età https://www.sarabalducci.it/second/2021/01/14/intelligenza-emotiva-libri-e-non-solo-utili-per-comprendere-e-riflettere/

Recentemente anche sulla RABBIA! https://www.sarabalducci.it/second/2026/04/22/la-gestione-della-rabbia/

Oggi torniamo a parlare di emozioni in maniera più concreta, cercando di capire cosa accade nel cervello dei più piccoli e come possiamo reagire noi di fronte a qualcosa che sembra fuori dal nostro controllo!

Le emozioni NON sono “capricci”, NON sono un problema, NON sono nemmeno una debolezza o qualcosa da controllare o combattere: sono messaggi biologici che il nostro cervello usa per aiutarci a interpretare il mondo, proteggerci e prendere decisioni. L’amigdala è una parte del nostro cervello molto arcaica, fondamentale ai nostri antenati per metterci in allerta o in fuga davanti ad un pericolo o anche per reagire ad un attacco. Abbiamo però anche un’altra parte del cervello, adibita al ragionamento, al trovare la calma, a gestire le nostre emozioni, che è la corteccia prefrontale, parte che nei bambini e bambine però è ancora in formazione! Ecco perché gestire le emozioni pare tanto complesso!!

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Per questi motivi possiamo iniziare a guardare le emozioni, non più come un problema da “spegnere”, ma considerarli messaggi da ascoltare. Un bambino che piange per un piccolo rifiuto, per esempio, non sta solo “esagerando”: il suo sistema nervoso può interpretare quella situazione come una perdita o una minaccia, soprattutto se è stanco, affamato o sovraccarico.

Ecco perché educare alle emozioni significa anche aiutare il cervello dei nostri figli e figlie a sviluppare strumenti più funzionali per riconoscere le emozioni, gestirle e comunicarle.

E noi? Cosa possiamo fare?

  1. NOMINARE LE EMOZIONI : Dire “vedo che sei frustrato” o “sembra che tu sia preoccupato” aiuta i bimbi e le bimbe a collegare sensazioni e parole. Dal punto di vista neurologico, questo favorisce l’attivazione delle aree del linguaggio e della regolazione emotiva, permettendo di dare un confine e una legittimazione a quanto provato.
  2. RESPIRARE
    Quando l’emozione è molto intensa, il cervello razionale può far fatica a rielaborare quanto vissuto o trovare una soluzione efficace, quindi è inutile riempire di parole o discorsi, a volte anzi, hanno l’effetto opposto! Provate a fare un respiro profondo, una pausa o a dare un abbraccio, queste azioni possono aiutare il sistema nervoso a tornare in equilibrio.
  3. SFOGARE Sì MA IN MODO FUNZIONALE! In alcune occasioni, di fronte all’aggressività, si è proposto di “sfogare” quell’aggressività verso oggetti, cuscini o altro, ma queste sono sempre dinamiche di proiezione della rabbia che possono rafforzare i circuiti neuronali dell’aggressività, impedendo comunque la capacità di rielaborazione del vissuto emotivo e innescando un’escalation che potrebbe portare incrementare la rabbia e “sfogarla” su diversi tipi di oggetti e magari su persone. Abituarsi invece a scaricare la emozioni difficili favorendo un movimento strutturato, una camminata, dei saltelli, respirando o disegnando può permettere l’attivazione della corteccia prefrontale ed aiutare in questo modo una regolazione più sana ed efficace.
  4. ROUTINE
    I bambini, come gli adulti ma ancor di più, hanno bisogno di routine rassicuranti, perché aiutiamo il nostro cervello a sentirsi più sicuro: orari regolari, rituali della buonanotte e piccole abitudini durante la giornata favoriscono la riduzione dell’ansia e migliorano la regolazione emotiva. Inoltre aspettarsi degli eventi, consolidarli non fornirà nuovi argomenti di discussione!
  5. ESSERE ESEMPI VIRTUOSI
    Quante volte capita che diciamo ai bambini e bambine di non dire parolacce e poi siamo i primi a farlo? Quante volte ci lamentiamo se litigano e poi urliamo come se non ci fosse un domani? Bambini e bambine imparano molto osservando gli adulti. Se un genitore dice “sono arrabbiat*, mi calmo un attimo e poi ne parliamo”, non solo sta cercando di gestire la sua rabbia in maniera funzionale, ma sta anche insegnando una strategia concreta di autoregolazione.

Le emozioni, in conclusione, non vanno eliminate o temute, ma comprese, accompagnate, accolte e allenate e farlo può diventare un’occasione preziosa per crescere insieme, con empatia, consapevolezza e un po’ di gentilezza in più, che non guasta mai.

Se pensi di aver bisogno di un supporto scrivimi a info@sarabalducci.it sarò felice di fissare un incontro gratuito conoscitivo per capire come posso aiutarti.

  • Bushman, B. J. (2002): “Does Venting Anger Feed or Extinguish the Flame?”.
  • Kjærvik, S. L., & Bushman, B. J. (2024): “A meta-analytic review of anger management activities that increase vs. decrease arousal”.
  • Geen, R. G., & Quanty, M. B. (1977): Revisione critica della teoria della catarsi
  • Fasuli, S. (2022). Meccanismi di difesa e strategie di coping a confronto: similarità e differenze.

La GESTIONE DELLA RABBIA!

La maggior parte delle consulenze genitoriali iniziano con questa frase: “Facciamo fatica, miǝ figliǝ non riesce a gestire la rabbia!”.

E’ una cosa frequentissima ma la situazione non riguarda solo i più piccoli e le più piccole.

Iniziamo col dire che la RABBIA è un’emozione primaria sana, vitale e fondamentale per la vita di ogni persona e senza la quale, forse, non saremmo qui. Allo stesso tempo rappresenta un bisogno da comprendere e un segnale da attenzionare. 

Proprio per questo è fondamentale capire COME rispondere a questo bisogno, perché ogni risposta ha un valore e delle conseguenze dal punto di vista relazionale, emotivo e cognitivo. 

Ma perché bambini e bambine si arrabbiano?

1. Il cervello è in costruzione

La corteccia prefrontale di bimbi e bimbe è ancora immatura, ma è proprio questa parte che serve a controllare gli impulsi e regolare le emozioni. Questo significa che “non riesce a gestire la rabbia” perché non ha ancora gli strumenti corretti per farlo, ma tutto questo si può imparare, prevenire e gestire.

2. Le frustrazioni come parte della vita

“Non accetta i NO”, “quando non ottiene quello che vuole è il finimondo”! Ecco cosa raccontano le famiglie. La rabbia emerge spesso da situazioni di frustrazione: un desiderio non soddisfatto, un limite percepito come ingiusto, una difficoltà che il bambino non riesce ancora ad affrontare. Ma le frustrazione sono necessarie e inevitabili nella vita e, imparare a gestirle da piccolɜ, è un grande aiuto per quando si diventa più grandi. 

3. Guardami!

Dietro molte esplosioni di rabbia ci sono emozioni differenti, ma a volte mancano le parole per nominarle o le competenze per riconoscerle: richieste di attenzione, di sicurezza, tristezza o senso di ingiustizia. Quello che occorre fare è fornire e incrementare strumenti comunicativi più efficaci. 

4. E noi? Come la gestiamo la rabbia?

“E’ vero, anche io alle volte mi arrabbio in modo esplosivo”, “è che mi fanno annebbiare il cervello e poi reagisco malissimo!” Proviamo ad insegnare modi differenti di gestire la rabbia per permettere a bimbi e bimbe di interiorizzare modelli diversi. La persona adulta spesso fa da specchio e da contenitore, il nostro atteggiamento è il primo modello che viene assorbito, esserne consapevoli è il primo passo.  

Aiutare un bambino a riconoscere, nominare e regolare la propria rabbia significa dargli strumenti che userà per tutta la vita: nelle relazioni, nel lavoro, nel suo stare al mondo. Il compito dell’adulto non è eliminare le emozioni difficili, ma stare accanto mentre si impara a viverle. È in quel stare insieme che nasce la vera educazione emotiva. Per approfondire il tema dell’intelligenza emotiva leggi l’articolo! https://www.sarabalducci.it/second/2021/01/14/intelligenza-emotiva-cose-e-perche-se-ne-parla-tanto/

Se hai bisogno di una consulenza o di un supporto contattami su info@infosarabalducci.it sarò felice di offrirti un incontro gratuito di mezz’ora per comprendere insieme il bisogno e il percorso da intraprendere.

COsA si fa in supervisione (12)

9 cose che si fanno in CONSULENZA GENITORIALE!

Fare consulenza pedagogica non significa elargire ricette o verità assolute a mo’ di guru con mano aperta e sguardo calmo e autorevole.

La consulenza pedagogica è un momento di riflessione condivisa dove si analizzano agiti educativi, se ne comprendono effetti e cause, e si co-costruiscono percorsi e relazioni più efficaci e positive. Il momento della consulenza è uno spazio dove comprendersi e sperimentare nuove strade, è un momento di respiro in tanta apnea, è uno spazio dove fare ordine, mentale e pratico, dove dirsi delle cose che di solito si tacciono. E’ uno spazio di accoglienza e cura di chi si prende cura ogni giorno.

MA A COSA SERVE LA CONSULENZA PEDAGOGICA GENITORIALE?

1. SUPPORTARE

In una società in continua evoluzione, la consulenza pedagogica aiuta i genitori a navigare nelle complessità dell’educazione, supportando le famiglie nel momento del bisogno e accompagnandole anche in situazioni di conflitto e separazione.

2. RIFLETTERE

La consulenza permette di creare uno spazio dove riflettere sulle dinamiche educative che si mettono in atto, a volte anche inconsapevolmente, aiutando a comprendere e valutare quali siano gli obiettivi che si vogliono promuovere all’interno del proprio nucleo famigliare, cercando modi per raggiungerli sempre tenendo conto delle caratteristiche uniche che possiede ogni famiglia.

3. ANALIZZARE

Durante la consulenza si prova ad analizzare come alcune azioni o prassi condizionino o meno alcuni comportamrnti, in questo modo si scoprono alternative più appaganti e che possano favorire maggior benessere per tutto il nucleo familiare.

4. RIELABORARE

La consulenza fornisce uno spazio di rielaborazione del passato, dove guardare ciò che ci portiamo dietro, dove possiamo nominarlo, comprenderlo e valutare quale impatto il nostro ieri condizioni le nostre scelte e azioni di oggi. In questo modo ogni azione educativa è frutto di pensiero e consapevolezza, non da qualcosa che è già stato deciso per noi, o portiamo avanti perché “si è sempre fatto così”.

5. ASCOLTARE
Spesso una famiglia arriva in consulenza portato alcune difficoltà che, durante gli incontri, rivelano altro, rivelano non detti, fatiche, modalità conflittuali, sofferenze, bisogno di parlarsi e ascoltarsi. Per questo la consulenza si basa su un ascolto autentico, per andare oltre le parole, raggiungere parti inascoltater e favorire, a sua volta, una relazione genitoriale anch’essa basata sull’ascolto e sulla comunicazione, per costruire ponti e smantellare muri, nella condivisione e nel rispetto reciproco.

6. PREVENIRE

A volte si arriva in consulenza come ultima spiaggia, le problematiche sono già radicate nel tempo e la sofferenza è diventata incontenibile. E’ ovvio che “meglio tardi che mai”, ma perché incrementare sofferenza, abitudini irrispettose e stress quando con un percorso di supporto si può prevenire la sedimentazioni di dinamiche disfunzionali e rafforzare le relazioni familiari, migliorando l’ambiente domestico e famigliare? Se qualcosa non ci torna, prendiamo in mano la situazione subito, sarà più facile e veloce migliorare le cose.

7. COLLABORARE
La collaborazione è centrale in ogni percorso famigliare, anche in situazione dei separazione. Spesso ciò che causa più sofferenza in figli e figlie non è la separazione dei genitori in sé, ma la gestione conflittuale che ne deriva, le svalutazioni, le ricriminazioni, le incoerenze, le contraddizioni, la rabbia non elaborata, le triangolazioni. La consulenza può supportare le famiglie a mantenere stabilità e serenità anche durante i momenti più difficili, perseguendo obiettivi comuni e promuovendo sensazioni di sicurezza e benessere in tutto il nucleo, del resto, genitori si rimane anche quando smettiamo di essere coppia!

8. FORNIRE STRUMENTI

La consulenza pedagogica può fornire strategie e strumenti concreti per facilitare il processo educativo, migliorare la gestione delle emozioni, del tempo e molto altro, anche, in caso di bisogno, nel creare reti con enti, professionisti e servizi, che siano funzionali per il benessere individuale e familiare, anche in contesti di fragilità o disabilita’.

9.ACCOGLIERE

lo spazio di consulenza diviene spesso un luogo protetto, dove accogliere le fragilità umane, dove potersi sentire ascoltati, sostenuti, dove poter guardare chi siamo e chi vogliamo essere. Un luogo e un tempo per prendersi cura di noi, respirare, condividere fatiche e mettere in ordine i pensieri.

Se pensi di poter aver bisogno di un supporto contattami senza esitare a info@sarabalducci.it, sarò felice di fissare un incontro conoscitivo gratuito per capire la strada migliore per le tue esigenze.

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8 Libri per parlare di EMOZIONI

Non è mai troppo presto per riflettere e parlare di emozioni e non è mai troppo presto per incrementare la nostra intelligenza emotiva!

“L’universo ha senso solo quando abbiamo qualcuno con cui condividere le nostre emozioni”. P. Coelho

“Si arrabbia per tutto!”, “non sopporta la frustrazione”, “non so come prenderl*”, “si chiude a riccio” e chi più ne ha più ne metta! Durante le mie consulenze pedagogiche il tema delle emozioni e la loro potenza, a volte anche distruttiva, si sente spessissimo. A volte non è solo complesso comprendere e gestire le emozioni, ma anche nominarle e riconoscerle!

Già tempo fa avevo scritto un articolo che parlava di INTELLIGENZA EMOTIVA https://www.sarabalducci.it/second/2021/01/14/intelligenza-emotiva-cose-e-perche-se-ne-parla-tanto/ fornendo alcuni spunti per darle nutrimento e valore https://www.sarabalducci.it/second/2021/01/14/educazione-e-intelligenza-emotiva-6-spunti-per-incrementarla/ con qualche libro, per grandi e per piccin3. https://www.sarabalducci.it/second/2021/01/14/intelligenza-emotiva-libri-e-non-solo-utili-per-comprendere-e-riflettere/

Oggi vorrei aggiungere alcuni titoli utili per dare un piccolo strumento in più ai nostri bimbi e bimbe per aiutarli a raccontare come si sentono e cosa possono fare quando una soluzione non sembra così semplice! Ricordandoci anche, molto bene, che gli adulti fanno da specchio e, a volte, quelli che devono imparare a gestire le emozioni, sono soprattutto i grandi!

Buona lettura!!

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SOS SCELTA DELLA SCUOLA! Piccoli spunti per aiutare figli e figlie a fare la propria scelta!

Dopo la terza media i ragazzi e le ragazze sono chiamatǝ a fare una scelta che potrebbe condizionare parte del loro percorso formativo e di crescita.

Una momento importante insomma, da preparare per tempo.

Ecco allora alcuni piccoli consigli per affrontarlo al meglio e per riuscire a fare le giuste scelte!

CURIOSITÀ ED ENTUSIASMO

Questo periodo è ricco di opportunità, il mondo del lavoro, non sempre facile, ha però molte variabili che spesso non si conoscono. Accompagnate i vostri figli e figlie agli open day delle scuole, con discrezione e senza ansia, aiutatelǝ a trovare alternative interessanti e a valutare con loro le differenti proposte. Ecco un link utile per orientarsi all’interno delle offerte scolastiche: https://www.miur.gov.it/scegliere-il-percorso-di-scuola-superiore.

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il corpo delle donne

“Il corpo delle donne”. Riflessioni pedagogiche.

“Essere autentici è uno dei diritti fondamentali dell’uomo, ma essere autentici richiede di saper riconoscere i nostri desideri e bisogni più profondi. (…) Il vero problema delle donne è non essere più in grado di riconoscere i propri bisogni. Di conseguenza, come è possibile essere autentiche?” Da “Il corpo delle donne” documentario di L. Zanardo, M. Malfi Chindemi, C. Cantù

“Donna dovrai..”, “per una brava madre dovrebbe..”, “una donna non dovrebbe mai…” quante volte è stato detto alle donne come comportarsi, come fare certe cose, come non farne altre, come essere, come non essere, cosa volere e cosa ripugnare.

Ogni opinione dato come sentenza, come qualcosa che è in un modo unico e non può essere altrimenti, perché c’è un giusto e c’è uno sbagliato, soprattutto sul femminile.

Negli ultimi mesi ho visto e sentito persone cercare morbosamente notizie sui suoi cromosomi o sulll’intimità di una donna, con la pretesa di dover sapere di quel corpo, conoscerlo, vederlo, indagarlo, con una arroganza disarmante e sconcertante.

Negli ultimi mesi sono morte più di 175 donne (i dati ritrovati arrivano al 18 agosto 2024 fonte) per mano di uomini, e 16 vittime al giorno di violenze sessuali (fonte https://alleyoop.ilsole24ore.com/2024/07/16/dati-violenze-sessuali/).

Negli ultimi mesi un gruppo di uomini si è ritrovato per parlare di cosa le donne debbano fare con il loro utero e, costantemente, chiunque può permettersi di dire cosa debbano fare le donne con il loro tempo, con le loro scelte, con il loro lavoro, con il loro corpo.

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Negli ultimi mesi ho visto bambine che promuovono prodotti di bellezza e a 8/10 anni iniziare a parlare di inestetismi della pelle e di skin care, ossessionate dall’ultimo modello di piastra, dall’ultima maschera facciale, dall’ultimo blush. E poi parlo con i genitori che si dicono preoccupati di queste ossessioni, del continuo cambio di vestiti, delle foto accattivanti, della seduzione, del trucco a tutti i costi.

Sono mesi in cui parlo con uomini della paura della notte e delle strade vuote da parte delle donne, e del desiderio di sentirsi libere di camminare ovunque, senza quel timore sottopelle e, alla fine, mi rendo conto, dalle risposte stranite, che davvero non si riesce a percepire quello che si prova nel corpo di una donna.

Sono mesi in cui ho letto libri sui manicomi e sulle motivazioni segnate nelle cartelle di ricovero di molte donne internate: stravagante, collerica, indocile, senso dell’onore poco sviluppato…

Mesi in cui si parla di quanto sia più redditizio mostrare immagini di gambe, piedi e seni su OnlyFans rispetto ad una laurea o un percorso di studi strutturato.
I vecchi programmi TV, di donne esibite, mostrate, inutili non esiste più per le nuove generazioni, ma altri strumenti hanno preso il sopravvento e ancora dinamiche e modelli si ripetono.


Per una riflessione ulteriore consiglio la visione di “il corpo delle donne” documentario che rappresenta le donne tra gli anni 80/2000 (con il conseguente strascico che ci portiamo dietro, dovuto a queste immagini). A me ha fatto realmente rabbrividire, ma è tutto reale, la mia generazione è cresciuta con queste immagini e fanno parte e del vissuto di buona parte della popolazione.

Siamo in una fase storica dove il discorso sul femminile si fa più attento, alcune terminologie non vengono più legittimate, le donne pretendono a gran voce maggiore rispetto, maggiore tutela, maggiore giustizia. Le donne spesso cercano di rifuggire l’ideale della bellezza, come quasi unica qualità femminile di conto, viene messa in discussione, viene data voce alla libertà di essere sé, e di non dover necessariamente aver l’obbligo di piacere o di essere gradite agli occhi di chi guarda. Si incentiva la possibilità di parlare, di scegliere di non stare zitte (sempre grazie Michela!).

Ma perché, nonostante questi lunghissimi passi, ricadiamo costantemente in stereotipi che affossano le donne, le paralizzano, le isolano, le escludono? Perché si è tutti parte di un un contesto cultuale che ricade a pioggia un po’ su tutt3, senza distinzione di alcun tipo, su alcune persone cade in maniera più forte, spietata, violenta, su altre più silenziosa, all’apparenza innocua, ma comunque potente e condizionante.

Ancora oggi, nonostante i tempi siano sicuramente cambiati e i dispositivi pure, ritroviamo donne che si mostrano spesso come oggetto, ancora come qualcosa da possedere, da sottostimare, da sottovalutare, qualcuno di cui poter parlare, su cui poter decidere.

Aprire discussioni, stare allerta, non accettare facili stereotipi, iniziare a parlare e dissentire, è il primo passo per cambiare una società dove il femminile è ancora qualcosa per cui lottare.

“Il corpo delle donne” di L. Zanardo, M. Malfi Chindemi, C. Cantù

Inoltre, consiglio, nuovamente, la lettura di “La prigione della bellezza” di Maura Gabcitano, dove vengono riconosciute le strutture di potere che si radicano nella società e diventano motori trainanti delle scelte individuali, dove vengono individuati gli scopi sociali e politici di questa ossessione dei corpi, di questa manipolazione del percepito, per diventare senso di inadeguatezza. Ne ho parlato anche qui:

Cos’è la SUPERVISIONE PEDAGOGICA?

Ti racconto una delle cose che amo di più fare nel mio lavoro, in 9 semplici punti!

PREMESSA IMPORTANTE: IO AMO PRENDERMI CURA DI CHI SI PRENDE CURA!!

Lavorare con le equipe educative (come del resto mi capita di fare con le famiglie) mi regala sempre l’opportunità di vedere l’amore in moltissime sue forme: L’AMORE per il proprio lavoro, la passione delle idee, il desiderio di “fare bene”, l’affetto per chi si accompagna in quel momento e la voglia di produrre benessere e cambiamento. Il tutto cercando di far quadrare aspetti economici, burocratici e umani con i progetti delle persone con cui si lavora, insomma ogni volta, vedo le infinite forme del prendersi cura.

Nel solo 2025 ho avuto il privilegio di supportare equipe diverse per tutto l’anno, con quasi 200 ore di supervisione pedagogica, ore stimolanti, emozionati, dove si vedono pensieri fiorire, nodi sciogliere, apnee prendere fiato.

Amo partecipare alle discussioni, sentire le emozioni che affiancano le riflessioni educative, accogliere la stanchezza e provare a creare uno spazio di respiro, un contenitore per il malessere e le frustrazioni, un luogo di riflessione, dove provare a dare senso a ciò che si vive, per provare a far stare meglio chi si occupa di far stare meglio, ogni giorno.

E ora?

9 COSE CHE SI FANNO IN SUPERVISIONE PEDAGOGICA CON EQUIPE E PROFESSIONISTI DELL’EDUCAZIONE!

1. SUPPORTARE: la supervisione permette di supportare il personale educativo nella globalità del loro intervento professionale, fornendo un sostegno per esprimere sé stess* e gestire momenti complessi e faticosi.

2. ASCOLTARE: la supervisione fornisce un momento di ascolto profondo, di sé, dei colleghi e dei bisogni che emergono in quel momento specifico, cercando di fornire uno spazio sicuro accogliente e stimolante.

3. RIFLETTERE: la supervisione promuove un meta-pensiero sul proprio agire educativo, attraverso una riflessione guidata e condivisa con l’equipe. L’analisi implica non solo gli aspetti emotivi ma anche metodologici e valoriali che ogni professionista ed ente si porta dietro.

4. RIELABORARE: la supervisione permette uno spazio dove rielaborare teorie, prassi e i propri vissuti emotivi ed esperienziali, capaci di influenzare, sono sempre positivamente, non solo il proprio lavoro ma anche il proprio percorso professionale e personale.

5. FACILITARE: la supervisione facilita momenti di condivisione, promuove la risoluzione dei conflitti e crea uno spazio di comunicazione profonda.

6. UNIRE: la supervisione cerca di lenire le crepe, trovare punti di contatto, strategie comuni e condivisione di intenti, la diversità professionale e personale è preziosissima nel lavoro educativo, ma è fondamentale perseguire obiettivi comuni, che, ovviamente, si possono rinnovare nel tempo.

7. PREVENIRE: La supervisione permette la socializzazione di problematiche e fatiche, individuali e di gruppo, favorendo soluzioni e strategie, problem solving o coping, questo previene disagio, malessere e insoddisfazione di tutta l’equipe.

8. PROMUOVERE: la supervisione promuove o benessere dei lavoratori, oltre che degli utenti, promuove relazioni positive e più sincere, nuovi sguardi, metodologie differenti e strade innovative.

9. RAFFORZARE: la supervisione permette di incrementare la consapevolezza di sé e del proprio agire professionale, rafforzando la propria identità professionale e le proprie risorse.

Alla fine di tutto questo, aggiungo un piccolo pensiero de core.

A tutti gli educatori e le educatrici, all’educatrice che sono stata, alle colleghe e ai colleghi indispensabili come aria, quell* con cui riesci a ridere nonostante le notti insonni, che si accollano un pezzo di turno in più quando ne hai bisogno, quell* che ci sono sempre, quell* che rimangono quando è difficile, agli abbracci, alle lacrime, alle fatiche, alle canzoni cantate a squarciagola, alle ragazze e ai ragazzi e a tutti quei sognatori che credono sia ancora possibile creare un mondo migliore attraverso l’educazione! Grazie!

Come posso aiutarti? Le molte sfumature della consulenza pedagogica!

In questi 25 anni di lavoro mi sono occupata di tanti servizi, persone, contesti, anche molto differenti. Ogni esperienza, ogni ruolo, ogni gratificazione o frustrazione, mi ha permesso di essere la professionista che sono oggi, di cui vado fiera nonostante non mi senta mai arrivata (non a caso ogni anno sovvenziono amorevolmente librerie e istituti di formazione come se non ci fosse un domani, collezionando master, corsi e attestati di vario tipo), ogni anno cerco di incrementare le mie competenz, proprio perché il tempo passa, la società cambia, gli studi anche, e io, non mi stanco mai di crescere e imparare!

Spesso le persone mi dicono “Sara ma la gente non sa cosa fai, devi spiegarlo”, oppure “cosa fa un pedagogista? Io so che lavora con i bambini, giusto?”. Per questa e tante altre domande proviamo a fare chiarezza!

COSA FACCIO E COME POSSO AIUTARTI?

CONSULENZA INDIVIDUALE:

La consulenza pedagogica individuale è rivolta a persone che si trovano a dover affrontare una situazione o una condizione di disagio, fragilità o cambiamento che influisce sul benessere e sulla qualità della vita del soggetto coinvolto. La consulenza ha l’obiettivo di rendere consapevole le persone delle proprie strategie, risorse e limiti per superare con efficacia le difficoltà presenti.

CONSULENZA DI COPPIA:

La consulenza pedagogica può essere un utile supporto nei momenti in cui, all’interno di una coppia, emergono problematiche nella comunicazione o nella vita quotidiana. Spesso, le persone coinvolte in una relazione, si trovano a non condividere più le piccole decisioni del presente, collidono di continuo e divergono anche nella visione del proprio progetto di vita, creando una crisi in un sistema, fino a poco tempo prima, funzionale e positivo. La consulenza per la coppia permette l’incontro in uno spazio neutrale, dove poter comunicare in modo costruttivo, dando la possibilità di ristrutturare una relazione positiva.

CONSULENZA MINORI E ADOLESCENTI:

A seconda dell’età, bambin* e adolescenti possono attraversare, nel loro sviluppo, fasi complesse di attaccamento o separazione, di rifiuto o rabbia, di solitudine o ribellione.

Spesso queste fasi sono assolutamente normali e necessarie per permettere una strutturazione autonoma della loro personalità, alcune volte, però, possono anche essere molto critiche, causando malessere a tutto il gruppo famiglia. Per questo può essere utile fornire loro uno spazio di ascolto differente e dedicato, per ricercare quali siano le motivazioni sottese al malessere vissuto o percepito e quali siano, all’interno del soggetto e del nucleo familiare, le risorse adeguate e possibili per affrontarlo.

CONSULENZA GENITORIALE:

In una società in rapida trasformazione, il compito di educare non risulta certo semplice. A volte i genitori necessitano di un sostegno per riflettere sul proprio agire educativo, comprendere situazioni presenti, trovare strategie e strumenti efficaci e fronteggiare cambiamenti, anche in situazione di fragilità o disabilità. La consulenza pedagogica inoltre può essere un valido supporto durante una separazione o relazioni conflittuali, dove risulta necessario mantenere una positiva relazione genitoriale, per condividere linee educative e le decisione, al di là del dolore e della fatica del momento. Nonostante le separazioni si rimane comunque, e sempre, genitori.

SUPERVISIONE E FORMAZIONE:

In contesti socio educativi la supervisione pedagogica permette di delineare, stimolare e sostenere la rilettura delle pratiche educative in maniera progettuale e concreta.

La supervisione ha l’obiettivo di facilitare il lavoro di equipe attraverso l’ascolto, l’analisi e la gestione delle dinamiche relazionali per individuare le modalità educative e definire e monitorare il progetto pedagogico del servizio.

Nel 2016 ho creato Progetto Disex che si occupa di formare operatori, famiglie e persone con disabilità cognitiva sul tema sessualità e affettività. Nel tempo Progetto Disex si è diffuso nelle scuole, con laboratori per le famiglie, bambin*, adolescenti e preadolescenti, perché l’educazione sessuale permea più ambiti di quelli che pensiamo e, una buona educazione, permette buone relazioni e buone società.

Se hai bisogno di un supporto o di una consulenza, non esitare a contattarmi. Il primo incontro conoscitivo è sempre gratuito, proprio per capire insieme la situazione presente e come poter procedere insieme.

www. sarabalducci.it – info@sarabalducci.it

Intelligenza Emotiva: cos’è e perché se ne parla tanto!!

Oggi vorrei parlarvi di Intelligenza Emotiva e spiegare brevemente cos’è e perché se ne parla così tanto.

Prima di tutto proviamo a trovare una definizione semplice, che riassume ciò che è stato detto negli anni dai diversi studiosi, in poche parole l‘intelligenza emotiva implica la conoscenza delle proprie e altrui emozioni, coinvolge l’abilità di percepirle, valutarle, gestirle, regolarle ed esprimerle, per affrontare le diverse situazioni che si manifestano durante la vita. 

Foto di Gerd Altmann da Pixabay 
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LIBER* SEMPRE, LIBER* TUTT*

“Capii che per migliorare il mondo bisognava esserci”.

Tina Anselmi

Ho maturato un profondo desiderio di giustizia con il tempo. Non credo di esserci nata, perché in effetti, nei primi anni di vita, ho cercato sempre di imbrogliare mio fratello riuscendo a mangiare più crema al mascarpone di lui o convincendo mia madre che mettendo il collirio non vedevo e quindi non potevo fare i compiti per un po’. Il senso di giustizia è maturato con gli anni, man mano che mi rendevo conto che alcune persone non avevano le stesse possibilità delle altre, ogni volta che empatizzavo per il dolore altrui, ogni volta che un film, un documentario o una storia mi mostrava ciò che non avevo vissuto in prima persona e imparavo qualcosa che non sapevo. 

Il desiderio di giustizia non rimane quieto, non può, perché è urgente, fa male, ribolle nelle vene, si aggrappa alla gola quando capisci che per alcune persone giustizia ed equità, sono solo parole vuote. 

Stimo con amore e gratitudine chi ha trascorso la propria vita per rendere questo mondo un posto migliore, chi ha lottato contro il fascismo, il nazismo, il razzismo, la mafia, la violenza, l’ignoranza, il clientelismo, gli “aumma aumma”, i “vabbè tanto fanno tutti così”, i “fatti i fatti tuoi che campi cent’anni”; guardo con orgoglio tutti quelli che sono stati ribelli di un sistema corrotto, quelli che pur di dire la verità e fare giustizia ci hanno rimesso la vita o parte di essa. 

un progetto di arte pubblica di CHEAP con Testi Manifesti Michele Lapini photography

Ho sempre provato repulsione, fastidio e a volte dispiacere per quelli che sopprimono le libertà altrui, dittatori, passati e odierni, urlatori di banalità che si riempiono la bacheca di cagnolini e gattini, ma farebbero affogare in mare barconi stipati di uomini, donne, bambini e bambine per il solo fatto che sono Altri. Non importa chi, non sono identificati, non li conoscono, non ne conoscono il nome, il modo di fare, le intenzioni, i sogni, le storie, nulla, davvero nulla, ma per il solo fatto di esistere e di desiderare una vita migliore, meritano di morire. 

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Ho sempre faticato a comprendere chi si opponeva alle possibilità di Altri, una cittadinanza per un bambino nato e vissuto nel mio paese, un matrimonio tra uomini o donne che si amano, la possibilità di adottare se posso farlo con amore e coscienza, a prescindere da chi dorme con me o se non ho una moglie o un marito. L’opposizione pura e semplice alla possibilità che Altri siano felici. Non importa se il proprio matrimonio è felice o devastato da tradimenti e menzogne, non importa se hanno o non hanno figli e non importa come li hanno cresciuti, non importa se sono violenti o amorevoli, importa solo il fatto che io posso avere una famiglia e non voglio che tu la abbia. Per altro, di solito, sono le stesse persone che se una donna non vuole un figlio o un marito, pare comunque un problema o qualcosa di strano. 

Provo un’enorme rabbia per chi pur vivendo dignitosamente, con una casa che protegge, del cibo sulla tavola, delle persone amorevoli attorno, appena si parla di supportare una persona senza casa, una famiglia vicino, senza denaro e senza sostegno, si nascondono dietro al “PRIMA GLI ITALIANI” o “PRIMA I NOSTRI PROBLEMI” come se i miei problemi fossero la causa dei tuoi, quando invece i tuoi problemi spesso derivano dalle azioni di ricchi e potenti e non poveri e nullatenenti, come una smisurata evasione fiscale, magheggi, conti all’estero, aumma aumma, “fai un favore a me che io ne faccio uno a te”, “vota per me che poi ti faccio costruire una casa a picco sul mare”, tangenti, mafia, corruzione, ecc. 

Il punto è che se invece di chiuderci in casa, alzando muri e urlando la nostra frustrazione, la aprissimo, ci incontrassimo e parlassimo di quello che ci turba forse potremmo superarlo insieme, nonostante i problemi di ognuno.

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ESSERE ABBASTANZA!

“Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza” di Maura Gancitano. Ed. Einaudi

Ogni volta che si parla di corpo, di bellezza, di canoni estetici, ci portiamo dietro un carico di cui non siamo affatto consapevoli. Questo libro ci dà l’opportunità di prendere consapevolezza dell’impatto sociale e del meccanismo di potere che si cela dietro all’industria della bellezza, perché sì, è qualcosa di creato, non è naturale, non è personale e non è oggettiva. 

Mai come in questo periodo trovo i germogli per un cambiamento, ma credo che il cambiamento sia ancora parecchio lontano. 

Ho letto il libro di Maura Gancitano “Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza” come se leggessi un trattato, qualcosa di ricco, da assorbire nel valore e nel contenuto, in modo profondo e viscerale. 

Ho sentito il bisogno di leggere questo libro per me e per le persone che ho incontrato sulla mia strada, ho sentito il bisogno di dare contenuto a qualcosa che troppo spesso viene scambiato per buon senso, necessità, gusto personale o norma.

Il fatto è che, per un motivo o per l’altro, non andiamo mai bene, a noi stessɜ o alle altre persone:  troppo trucco, troppo sciattɜ, troppo grassɜ, troppo magrɜ, la cellulite da combattere, i peli da eliminare, le rughe da ridurre, l’età che fa paura, tutto troppo o troppo poco… ciò che fa parte della vita diventa qualcosa da combattere. 

Ma perché? In che posizione ci pone questo senso di inadeguatezza o superiorità di fronte agli altri esseri umani o di fronte a noi stessɜ? Che peso e che prezzo ha sulle nostre vite? E sulle società? E sulle politiche?

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Davvero la bellezza o la rincorsa alla bellezza può avere un impatto politico? Beh, leggete questo libro!

Cerchiamo di capire quali meccanismi ci hanno portato a questo punto e quanto, tutto questo, sia stato strategico per rimanere un passo indietro, per sentirsi mancanti, ancora una volta, inadeguatɜ.

Credo sia il momento di dirsi che siamo “ABBASTANZA”! E non per pigrizia o perché rifuggiamo il cambiamento, ma perché possiamo farci del bene, senza necessariamente sentirci sempre mancanti, sbagliatɜ, senza valore.

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Adolescenza e preadolescenza: cosa fare e cosa sapere?

PRIMA PARTE: IL CERVELLO

Ho preparato tempo fa alcuni video dedicati all’adolescenza, ma mi sono resa conto di non averne scritto.

Ecco quindi una serie di articoli dedicati al tema dell’adolescenza e della preadolescenza. 

L’adolescenza e la preadolescenza sono un periodo incredibile della vita, è un periodo di trasformazione fisica e cerebrale, di emozioni fortissime, sia positive che negative, di nuovi legami, dove si fa i conti con la propria identità, con quello che siamo, che siamo stati e non vogliamo più essere, ci scontriamo con i limiti che si vogliono superare, con l’autorità da sfidare, con un mondo che non conosciamo così bene e, le basi per questo percorso, vengono messe anche nell’infanzia.  

Si dice spesso che gli adolescenti siano volubili, irascibili, incomprensibili…. 

Ma cosa succede e perché? 

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In questi anni, attraverso lo studio della mente si sta dando sempre maggior rilievo, per comprendere alcuni comportamenti,  a ciò che accade nella mente degli adolescenti, ovviamente sono una pedagogista quindi mi limiterò in questo momento a riassumere in modo molto semplice ciò che emerso da altri studiosi, tra cui quelli del Mindful Awereness Research Centre presso la UCLA, coodiretti  da Daniel J. Siegel, famosissimo per i suoi libri e studi in neurobiologia e studio della mente, che da anni si occupa della mente di bambini e adolescenti e del National Institute of Mental Health (NIMH) e dei Frances E. Jensen neurologa all’università della Pennsylvenia, e poi, nei prossimi articoli  andremo a capire cosa un genitore può fare in alcune situazioni.

Il cervello raggiunge la maturazione prima dalla parte posteriore fino alla  parte anteriore, quindi si parte da strutture come il cervelletto, talamo e ipotalamo, zona occipitale, parietale e temporale (quindi controllano processi motori, sensomotori, percezione sensoriale, la comprensione delle parole, alla memoria..ecc) e solo successivamente ai lobi frontali, deputati al giudizio e alla controllo degli impulsi, alle decisioni razionali, questa strutturazione non si può dire completa fino ai 20/25 anni.

Le connessioni quindi con questa parte del cervello sono più scarse, e ne segue la  fatica degli adolescenti a comprendere le conseguenze delle loro azioni  e prendere decisioni razionali o controllare impulsi. 

Inoltre la scarsa presenza di mielina (la sostanza bianca) e la presenza di neuroni (sostanza grigia) descrive una situazione simile ad una casa dove ci sono un sacco di mattoni ma fatica a metterli insieme, ho una macchina potente ma non so come guidarla. In più aggiungiamo la produzione di ormoni che in connessione con il sistema limbico creano una grande altalena emotiva e umorale e la produzione di emozioni, generate dall’amigdala come quelle arcaiche di paura e rabbia, che non riescono ad essere sufficientemente analizzate e compensate. Insomma una bella BOMBA ad orologeria

E in fine? In questa età accade un una sorta di potatura di alcuni dei neuroni prodotti in infanzia che, con l’adolescenza, vengono eliminati. Come mai? Il cervello, in pratica, scarta le connessioni che si usano meno e ‘salva’ , invece, quelle a cui fa ricorso in modo frequente.

Man mano che si apprendono nuove abilità, si forma la mielina che permette  e migliora le connessioni con altri neuroni. Il cervello come dicevamo è plastico, ovvero quella capacità di mutare a seconda degli stimoli ripetuti, per questo è possibile potenziare, memoria, creatività  e creare grandi risorse, possibilità di problem solving, risorse emotive, e al contrario possiamo depotenziare, ridurre ma anche sedimentare situazioni di malessere causati da  esperienze traumatiche o negative. 

Questa fase è preziosissima, per questo, nonostante le litigate, le fatiche, è importante essere presenti, a volte anche a distanza, ma non lasciarli nel loro brodo sia che siano casinari sia che siano silenziosi. Teniamo sempre un canale comunicativo e affettivo presente. 

Insomma un sacco di cose accadono a questi ragazzi e ragazzi e noi, da adulti, dobbiamo capire cosa fare per sostenerli in questo incredibile momento di crescita.  SPOILER: Dobbiamo ESSERCI!!

Al prossimo articolo con la PARTE SECONDA: Tra conflitti e possibilità! (s)punti per capire!

CORSO DI FORMAZIONE: PROGETTO DISEX

Da dieci anni PROGETTO DISEX si occupa di affrontare il tema della sessualità e dell’affettività con adolescenti, bambine e bambini e, soprattutto, con le persone con disabilità cognitiva e con chi le affianca nel loro percorso di autonomia e di vita.

PROGETTO DISEX è un percorso completo, composito che lavora trasversalmente accompagnando le equipe educative, i genitori e le persone nella loro esperienza, diretta o indiretta, con la sessualità e le relazioni affettive.

L’educazione sessuale, per ogni persona, rappresenta un’enorme possibilità di crescita e benessere e tutela da agiti pericolosi, per sé e per gli altri. Un’educazione sessuale e affettiva è sempre auspicabile; non è mettendo la testa sotto la sabbia che si risolvono o evitano eventuali problematiche, anzi, i comportamenti disfunzionali si moltiplicano, come l’aggressività, la frustrazione, il dolore, la violenza.

Leggi tutto: CORSO DI FORMAZIONE: PROGETTO DISEX

Ci accorgiamo ogni giorno di cosa accade nella nostra società a causa della mancata educazione sessuale e affettiva della popolazione, ma nonostante ciò lasciamo che i PORNO insegnino e che le cose vadano sapute tramite gli AMICI e le AMICHE. Questo è un pensiero dannoso per tutt3, ma ancora di più per chi ha difficoltà nella rielaborazione e nella comprensione della realtà, per chi vive contesti a volte ristretti, per chi fatica a prendere consapevolezza dei propri comportamenti ma che vive, ogni giorno, appieno un bisogno sessuale, fisico e affettivo.

So che le realtà sociali che si occupano di persone con disabilità sono diverse in tutta Italia, ci sono regioni con moltissimi servizi e professionisti e altre dove il primo centro educativo disponibile è a ore di distanza, costringendo uomini e donne in casa, privati di relazioni amicali, affettive ed educative.

Mi piacerebbe promuovere formazioni a distanza con professionisti in tutta Italia, proprio per aiutarli a colmare almeno questo aspetto, per aiutare operatori e operatrici a gestire una tematica così complessa e importante come è la sessualità.

Vorrei rendere le formazioni capillari, in modo da raggiungere più famiglie possibili, per non lasciarle sole a gestire un tema tanto sfidante quanto centrale nella vita delle persone.

Il 2 e 16 dicembre 2023 ci sarà una formazione per le FAMIGLIE in modalità ONLINE, prossimamente promuoverò nuove date per la formazione OPERATORI E OPERATRICI.

BUONA NUOVA EDUCAZIONE!!

LA SCELTA DELLA SCUOLA! Piccoli spunti per orientarsi

 

Foto di Daniel Reche da Pixabay

Dopo la terza media i ragazzi e le ragazze sono chiamatǝ a fare una scelta che potrebbe condizionare parte del loro percorso formativo e di crescita.

Una momento importante insomma, da preparare per tempo.

Ecco allora alcuni piccoli consigli per affrontarlo al meglio e per riuscire a fare (e lasciar fare) le giuste scelte!

CURIOSITÀ ED ENTUSIASMO

Questo periodo è ricco di opportunità, il mondo del lavoro, non sempre facile, ha però molte variabili che spesso non si conoscono. Accompagnate i vostri figli e figlie agli open day delle scuole, con discrezione e senza ansia, aiutatelǝ a trovare alternative interessanti e a valutare con loro le differenti proposte. Ecco un link utile per orientarsi all’interno delle offerte scolastiche: https://www.miur.gov.it/scegliere-il-percorso-di-scuola-superiore

NO AI PREGIUDIZI!

I vostri figli e le vostre figlie trascorreranno a scuola la maggior parte del loro tempo, per questo è importante che trovino una scuola che lǝ appassioni. Cercate di essere apertǝ anche nei confronti di professioni che non conoscete e fatelǝ sentire liberǝ di esplorare, senza paura di un vostro giudizio pressante. Non devono soddisfare le vostre aspettative ma trovare le loro strade.

REALISMO E VALORIZZAZIONE!

Ognuno di noi ha delle competenze differenti ed occorre saperle riconoscere. Einstein diceva: “Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, passerà tutta la sua vita a credersi stupido”. Cercate di promuovere l’autoanalisi rispetto ad abilità e inclinazioni, con realismo, fate riflettere ragazzi e ragazze rispetto ai loro talenti, al come si immaginano da grandi e, se serve, sappiate creare connessioni tra interessi e possibili opportunità da percorrere.

NON CI SONO SOLUZIONI “FACILI”!

Moltǝ ragazzǝ si convincono che la scuola più vicina, la più “semplice” o quella con meno materie sia la scelta migliore, in questi casi però, non solo il percorso spesso non viene concluso e diventa davvero faticoso ma, una volta terminata la scuola, si ritroveranno ad occuparsi di cose che non ameranno affatto. 

Fate piuttosto scegliere in modo accurato, in base al percorso di studio, alle materie proposte, ai laboratori presenti e alle possibilità di lavoro. Se occorre scegliere… che si faccia per bene!!!

E SE SOGNANO DI FARE GLI  YOUTUBER?

Una persona su tre oggi vuole fare lǝ YOUTUBER! Notorietà, fama e l’idea di facili guadagni attira moltissimǝ giovani. Ma cosa possiamo fare? Prima di tutto occorre capire quali aspettative hanno realmente e cosa vogliono raccontare? Hanno delle idee o dei contenuti da diffondere? Avete fatto un esame di realtà rispetto alle capacità comunicative necessarie ad una professione di quel genere? Come si può supportare in modo utile questa “passione”? Possiamo ad esempio proporre scuole che incrementino alcune capacità, come quella linguistica o espressiva, o che approfondiscano tematiche come l’estetica se vogliono occuparsi di trucco o di creazione digitale se si vogliono occupare di musica? Insomma, per fare qualsiasi cosa è sempre meglio prepararsi! Inoltre è bene considerare cosa comporta la visibilità, nel bene e nel male, e come poter gestire eventuali gratificazioni o frustrazioni.

Detto ciò, spesso, con alcuni studenti e studentesse della scuola superiore mi capita di ragionare sul posto che vogliono occupare nel mondo e, dopo aver approfondito un po’, diventare “youtuber” è l’ultima cosa che nominano!

CREATE POSSIBILITÀ!

Se le idee non sono chiare o si teme di fare scelte troppo vincolanti si può decidere di moltiplicare le opportunità, ad esempio studiare qualcosa e dedicare il tempo libero ad altro, in modo da creare capacità e interessi differenziati. Avere dei piani B, e a volte anche C, può davvero salvare il futuro.

STIMOLATELI!

Siate promotori di esperienze di vita differenti e osservate dove i vostri figli e figlie convergono le loro attenzioni. Ad una mostra si interessano delle diverse tecniche pittoriche o di ciò che racconta la guida? Dell’allestimento o dell’architettura del palazzo? Ad un concerto si incantano ad ascoltare la musica, ad osservare le luci o a capire come è montato il palco? Insomma, in una sola esperienza si possono far emergere una moltitudine di informazioni utili a fornire spunti per raccontare le professioni esistenti e comprendere  gli interessi presenti.

NON È UN PATTO DEFINITIVO.

Nella vita si cambia e a 13 anni è difficile sapere cosa il futuro ha in serbo per noi, per questo è importante scegliere la scuola in base ad interessi, passioni, risorse e predisposizioni. Un domani potranno cambiare rotta, scegliere un’università o un corso di specializzazione che li rispecchi maggiormente e che non necessariamente abbia che fare con il percorso precedente, ad ogni modo, ogni strada verrà costruita percorrendola!

FATE TUTTO IN PUNTA DI PIEDI.

Come detto più volte è il loro spazio, monitorate, siate presenti, siate disponibili, ma siate il più rispettosǝ possibili, è un loro momento di crescita, la strada verso il futuro passa anche da qui!

Lodi gratuite ed eccessive, i rischi in educazione.

“Il problema della maggior parte di noi è
che preferiamo essere rovinati dalla lode
che salvati dalla critica”. N. V. Peale

Moltissime volte sentiamo elogiare, da parte dei genitori, le infinite capacità dei propri figli e figlie, quante volte basta un passo, una smorfia o un gesto per ricevere applausi e standing ovation neanche avessero vinto il premio Nobel! Comprensibile, come dice una mia cara amica “che ci posso fare, ora come ora, ogni cosa che fa mia figlia mi entusiasma e io voglio gratificarla perché si senta sicura e amata”! Lo capisco, la capisco, e anche io guardando quella bambina meravigliosa mi sciolgo in occhi a cuore e complimenti ma, occorre essere consapevoli che, se da un lato le eccessive critiche non aiutano l’autostima, anche l’eccesso di lodi ha i suoi rischi e le sue ripercussioni. 

Ecco quindi 5 (s)punti su cui riflettere rispetto alle possibili conseguenze un eccesso di lodi in educazione.

  1. Forniamo una realtà tutt’altro che reale 

Pensateci, se cresco in un ambiente dove sono fantastica, ogni cosa che faccio risulto bravissima, la migliore, se mi dicono fin da quando sono piccolissimo che ogni cosa che produco è un capolavoro, ogni azione è giustissima e stupenda, che immagine avrò di me? Come mi sentirò all’interno delle mura domestiche? Sicuramente vincente! Ma avrò imparato a distinguere quando i complimenti saranno reali e quando no? Avrò imparato ad autovalutare le mie azioni, saprò capire quando sbaglierò? Sarò capace di cogliere le conseguenze che avranno le diverse azioni visto che ho sempre e solo ricevuto un unico rimando positivo? E cosa accadrà quando entrerò in contatto con la vita reale? Quando inizieranno a dirmi che non sono bravissimo e bellissimo sempre e comunque? Saprò gestire la frustrazione? Ho imparato fin da piccola a farci i conti e a gestirla? Ecco le risposte sembrano più ovvie di quanto si pensi! Se non mi si insegna cosa è giusto o sbagliato, se non mi si dice come posso migliorare, se non mi si insegna ad affrontare con impegno le situazioni complesse, mi mancheranno alcune delle competenze basilari per crescere in una società. Prima o poi nella realtà occorre immergersi e, prima o poi, mi confronterò con qualcosa che non riuscirò a fare o che sarà complicata, o con qualcuno che avrà da dire la sua opinione sulle mie azioni e su quello che faccio. Se non sono preparata, in quel momento, potrebbero inizieranno dei problemi. Il ruolo del genitore è preparare alla vita non creare una realtà ad hoc. 


  1. Incapacità a gestire le critiche

Chi lavora a scuola saprà benissimo quante volte capita di sentire bambini e bambine, adolescenti o anche genitori che si arrabbiano per un voto negativo, perché è stata messa una nota o perchè è stata fatta un’osservazione critica o un rimprovero? Chi è cresciuto ascoltando solo lodi, non saprà accettare in alcun modo le critiche e le frustrazioni, ogni critica o errore sarà fonte di rabbia, di malessere, di malumore. A quel punto, per chi non ha conosciuto le sfumature, si possono attivare due percezioni di sé e della realtà, una proiettiva, “è colpa tua se non riesco” l’altra introiettiva “quando ho smesso di essere intelligentissimo e bravissimo? Cosa è accaduto, non sono più capace?” Con queste premesse, le critiche, le frustrazioni e gli insuccessi, potrebbero creare scompiglio, potrebbero intaccare personalità già di per sé fragili, nonostante l’apparente arroganza e presunzione. Mi sentirò o un buono a nulla o una vittima del mondo. 

  1. Scarso impegno

Alcuni studi (vedi in fondo) hanno dimostrato come i bambini e le bambine troppo lodati evitano le sfide, sono meno motivati verso i compiti più complessi. La paura di fallire o essere meno bravi, il terrore di non essere più all’altezza e l’incapacità di mettersi in gioco li fa desistere. Ma ricordate, non è la certezza di non fallire che incrementa la motivazione, ma la consapevolezza di saper affrontare gli ostacoli, la determinazione e la buona volontà. Fin da piccoli è importante sperimentarsi in diverse attività, anche un pochino sfidanti, relazionarsi con più coetanei, discutere, arrivare a compromessi, trovare soluzioni; è importante provare piacere nel fare, senza necessariamente guardare al risultato, è bello disegnare anche se non si è Leonardo da Vinci, è divertente giocare anche quando si perde.

  1. La trappola del giudizio altrui 

Proviamo a fare un esempio molto innocuo, nel quale siamo cascati sicuramente tutt*,  di solito i bambini e le bambine, mentre giocano, dicono “mamma, papà, zia..  guardami” e loro rispondono “Sì, brava! Sì bravo!”. Il punto è che nessuno ha chiesto se fossero brav* o meno, nessuno ha chiesto una valutazione, hanno solo chiesto di essere guardati. Abbiamo sempre un gran bisogno di gratificare, di valutare a tutti i costi, di incasellare all’interno di un giudizio. Potremmo  dire “ti sto guardando, divertiti, che gioco divertente” e soddisfare comunque una richiesta fatta, senza dare avvio ad un circolo che chiederà di essere bravo anche domani,  voler sentirsi bravi e brave ogni volta che si gioca, voler esser guardato o valutata ogni volta, per ogni cosa che faccio. 

Proviamo ora a spostare il discorso rispetto al desiderio di ricevere l’approvazione altrui per dare valore alle azioni che compio. Molto spesso, ciò che viene detto di una persona, viene percepito come il valore stesso di quella persona, in quel modo il giudizio altrui mi dirà ciò che sono. Ora proviamo a pensare questa dinamica all’interno del mondo social, estremamente familiare per le nostre ragazze e ragazzi, pensiamo a quanto un LIKE può  avere potere. E’ preoccupante sentire alle volte quanto valore viene attribuito ad un like di una foto e al suo significato sotteso: “La mia foto non ha LIKE, allora non piaccio, non valgo, perché non piaccio? Cosa posso fare per piacere di più?” Quei like, quei riconoscimenti, quelle approvazioni mi dicono quello che sono. E questo pensiero è davvero rischioso. E’ importante capire, far comprendere e imparare che noi non siamo dei LIKE, non rappresentano la nostra persona, ma solo l’opinione di qualcuno. Se avrò la fortuna di aver sviluppato una buona autostima, saprò affrontare anche il fatto di non piacere.

  1. Narcisismo e scarsa autostima

I bambini sovrastimati e continuamente lodati potrebbero sviluppare con maggior facilità tratti narcisistici, atteggiamenti spesso seduttivi, manipolatori e un’autostima, strano a dirsi, molto bassa. Le persone con tratti narcisistici sono in realtà estremamente vulnerabili di fronte a chi mette in discussione le loro qualità, spesso reagiscono, contro chi le mina, con violenza e aggressività. Avere una buona autostima invece non implica una competizione, è qualcosa che fornisce pienezza ma anche capacità relazionale l’autostima si crea in noi, in base a quello che viviamo, all’opinione che abbiamo di noi e ci hanno restituito, a quanto ci siamo sentiti amati per quello che siamo, con i nostri pregi e difetti, limiti e risorse, ambizioni e caratteristiche, e non per quello che altri hanno immaginato di noi o vogliono da noi. E’ una risorsa preziosa che prossimamente andremo ad approfondire.

info aggiuntive:

https://news.stanford.edu/news/2013/february/talking-to-baby-021213.html

https://pdfs.semanticscholar.org/25ab/297c17a87c8a0f79e109be531fe9c7da97b8.pdf

Da che parte stare? Riflessioni umane.

“Mica possiamo aiutarli tutti”, “abbiamo già i nostri problemi”, “ma io non ce l’ho con chi viene a lavorare”, “rubano il lavoro”, “potevano stare a casa loro”, “portano malattie”, “io non sono razzista ma..”, “è colpa dei buonisti”, “è colpa dei taxi del mare”, “se si smette di salvarli smetteranno di partire”, “è finita la pacchia”, ….. potrei andare avanti per ore riempiendomi la bocca con tutte le banalità che ascolto e leggo continuamente. 

Eppure “Ama il prossimo tuo come te stesso” o “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” dovrebbero essere principi non solo cristiani ma ancora più antichi e profondi nell’umanità. 

Forse si sono dimenticati di dire che il prossimo deve essere molto vicino, bianco, benestante, di una regione o città particolare, del tuo stesso orientamento sessuale e del tuo credo, altrimenti merita di morire tra i peggiori dolori, umiliato, deprivato, abbandonato e derubato.

Ecco, in questa giornata che ricorda il riconoscimento dello status di rifugiato avvenuta nel 1951, vorrei dire che dopo 70 anni abbiamo un enorme problema di ETICA e MORALE. 

Nonostante anni e anni di storia e di storie, ancora non abbiamo capito che se diamo spazio agli egoismi personali non ci si salva.

Siamo esseri sociali, viviamo di reti, viviamo di migrazioni, di scoperte, di condivisioni, di contaminazioni e se non accade si diventa sterili, in tutti i senti. Nonostante questo, continuiamo a sentire frasi simili con soggetti diversi, gli Italiani (ma sono stati anche i settentrionali) attaccati dai terroni, poi gli albanesi, i rumeni, gli slavi, poi gli africani e così via, c’è sempre qualcuno da odiare di più, c’è sempre qualcosa che ci porta a differenziarci dagli altri e non nel contenuto ovvio di diversità umana ma con l’inutile presunzione di essere migliori, di creare un noi non specifico e un loro ancora meno specifico, nebbie, identità confuse.

Continuiamo a creare sottogruppi senza comprendere quanto sia ridicolo questo gioco all’etichettatura semplificata e questa modalità di pensiero, accompagnata da una scarsità di empatia, educazione civica e rispetto aggiunge un ulteriore problema ai due precedentemente citati: abbiamo un problema di ETICA, di MORALE e di VIOLENZA.

Non parlerò del medico fiscale di Chioggia aggredito durante un controllo da un fannullone violento, di quelli che i soldi allo stato li rubano per davvero, supportati da un vicinato altrettanto complice e abbietto, non parlerò del giovane ragazzo della Guinea, massacrato in pieno giorno da un branco di omuncoli, vittima di innumerevoli ingiustizie, personali, culturali, di sistema, statali, progettuali e vittima di uno stato che non ha saputo fornirgli il supporto necessario al suo arrivo e dopo l’atroce e gratuita violenza subita (per guardarlo in faccia e capire un pochino di più https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/05/30/moussa-balde-storia-di-un-ragazzo-e-dei-diritti-negati-pestato-e-abbandonato-era-diventato-lombra-di-se-stesso-indotto-a-togliersi-la-vita/?fbclid=IwAR2vebH0A4q9I8x87fltIkCR1aN2H9KpexvzFOef-0hICU6CPbkIc5Qci64 ).

Non parlerò delle migliaia di vite che si spengono in mare, nel deserto, nei campi di detenzione, dietro confini immaginari, dietro violenze rese legali o della cui illegalità ci interessa poco. Non parlerò di tutti i corpi di bambini e bambine, uomini e donne, ritrovati sulle spiagge che continuano a non destare l’adeguato scandalo https://fb.watch/69FAxpbKvf/, non parlerò delle centinaia e centinaia di persone rimandate in Libia, dove, sappiamo con certezza, verranno nuovamente stuprate, torturate, minacciate, vendute, uccise. Come se durante il nazismo, tutte le persone in fuga dai campi di concentramento, fossero state consapevolmente riportate ai loro aguzzini, follia, eppure oggi è realtà.

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Semplificare non sempre è un bene!

Prima superiore, istituto Tecnico, in supplenza. 

I ragazzi e le ragazze avevano  il compito di prendere un capitolo di storia e schematizzarlo.

Moltissimi, davvero moltissimi, hanno fatto una gran fatica. 

Leggevano le prime frasi, senza leggerle completamente, davano un’occhiata veloce alle parole in grassetto e poi dicevano di non aver capito. Alcuni leggevano le prime parole e affermavano che il testo non avesse senso, altri iniziavano a riassumere senza avere una visione di insieme del contenuto e trascrivevano parole senza capire di cosa si stesse parlando. 

“Non ho capito” o “ma che palle non si capisce nulla” e, appena consigliavo loro di riprendere, con calma, di rileggere con più attenzione tutto,  di provare a concludere il primo paragrafo per farsi un’idea generale, affermavano alla fine “Ahh.. ora ho capito!”

Un ragazzo, con il foglio ancora bianco ad un certo punto dice: “Posso cercare uno schema su google, qui non si capisce nulla.  Su Google è più semplice!” 

Ecco questo è il punto forse. Quel testo non era affatto difficile, era un testo, anzi, anche visivamente appetibile, con immagini, commenti, parole in evidenza. 

Spesso però in molte scuole vedo ragazzi e ragazze che non sono abituati ad affrontare contenuti complessi, non dico complicati, semplicemente complessi, compositi. Per timore o disabitudine cercano una semplificazione che semplificheranno a loro volta, riducendo tutto a qualche parola qua e là su un foglio, da imparare a memoria, senza connessioni.

Ma perché? A volte credo che la scuola abbia incentivato un’estrema semplificazione, fino a ridurre non solo la complessità, ma anche la realtà. Non si analizzano più i fatti nel loro contesto, connessi ad altri eventi, nella loro ricchezza, ma si parcellizzano sempre di più, fino a rendere il sapere vuoto, povero, minimale, parziale.  

Non si permette più di ragionare, di comprendere un concetto, di rielaborarlo, di sostarci sopra per un po’.  Si teme l’attesa. Si evitano come la peste i testi lunghi, si chiede sempre meno “perché, altrimenti, non fanno”.  

Ma questo che prezzo ha? La semplificazione dovrebbe essere un processo, non il punto di partenza. 

Proviamo, come educatori, insegnanti, adulti a riprendere il valore del pensiero non binario, semplicistico, impariamo a chiedere di fare uno sforzo maggiore, perché altrimenti perderemo la bellezza del ragiornamento. Già oggi vediamo i danni enormi di pensieri che appiattiscono, che non sanno argomentare, poveri nel contenuto e nella forma. 

E. Morin scrisse: “Ormai a costituire il problema non sono solo gli errori di fatto (d’ignoranza), di pensiero (dogmatismo), ma l’errore di un pensiero parziale, l’errore del pensiero binario che vede solo o/o, incapace di combinare e/e, nonché più profondamente, l’errore del pensiero riduttore e del pensiero disgiuntivo ciechi ad ogni complessità”. 

Ecco, vorrei più sfumature, più ombre, più dubbi, più profondità, più curiosità!

ADOLESCENZA: “MANUALI” PER GENITORI STANCHI!

“Mi fa impazzire”, “non la riconosco più”, “esci da quel corpo!!”, “perché non riesco più a capire i miei figli?”, moltissime volte i genitori di figli e figlie adolescenti si sentono in scacco, alcuni comportamenti, che durante l’infanzia erano riusciti in qualche modo a gestire, con l’adolescenza sembrano incontrollabili ed esplosivi.

Qui sotto vi lascio il video e i link dei tre video sull’adolescenza fatti di recente, potete trovare qualche informazione utile e un po’ di consigli pratici!

ADOLESCENZA: TRA CONFLITTI E POSSIBILITA' - 5 (s)punti per capire https://www.youtube.com/watch?v=tCse1cgKxeg  

ADOLESCENZA: TRA CONFLITTI E POSSIBILITA' - SOS RABBIA - 5 (s)punti  https://www.youtube.com/watch?v=AkhfYu4kbnU

In questo articolo invece vi elenco alcuni libri da poter usare per riflettere sull’agire educativo e rispetto alcune difficoltà che si presentano con figli e figlie adolescenti e pre-adolescenti. Prima di elencare i diversi libri premetto che non amo l’uso del maschile generico, come ho usato nel titolo e spesso si trova in questi testi, ma spero che presto una soluzione per colmare questa falla della scrittura possa essere trovata. Ulteriore appunto è che purtroppo non ho trovato nulla ad uso e consumo dei genitori, con taglio prettamente pedagogico. Molto materiale, a mio avviso profondamente interessante, mi sembra più adatto agli addetti ai lavori o alle persone che hanno voglia di fare riflessioni più composite, rischiando però, in un momento di difficoltà e necessità, di risultare forse un po’ troppo verboso. Amo la semplicità ma amo anche la complessità, nel senso etimologico del termine, che implica l’annodare, la rete, il tessuto, che non si può sciogliere se non perdendo la visione d’insieme. La complessità, a mio avviso, è arricchente, perché non si abbandona alle facili semplificazioni, mentre le cose complicate di certo lo sono meno!! Ampliare lo sguardo è spesso una grandissima risorsa, ma magari ne parleremo un’altra volta.

Detto questo, ecco a voi 5 libri per poter affrontate diverse tematiche legate all’adolescenza, dalla più semplici alle più faticose, in modo piuttosto semplice, con consigli pratici e informazioni dettagliate!

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SQUID GAME: 6 (s)punti di riflessione per parlarne con gli e le adolescenti.

“Noi stessi siamo il nostro peggior nemico. Nulla può distruggere l’Umanità ad eccezione dell’Umanità stessa.”

P. Teilhard De Chardin

Di Squid Game se ne sta parlando moltissimo e sono pienamente d’accordo con chi sostiene che sia una serie assolutamente non adatta ai bambini e alle bambine, quindi è opportuno fare in modo che ci sia un reale filtro a ciò che i bambini e le bambine possano o non possano vedere. Questo perché, alcune immagini, alcune storie, alcuni contenuti, sono troppo violenti, disumanizzanti e non sono metabolizzabili dal cervello ancora in formazione di un* bambin*.

Ho sempre sostenuto che si possa parlare di ogni cosa con persone di tutte le età,  e lo credo fermamente tuttora, ma occorre un linguaggio e delle immagini adeguate, delle modalità che prendano in considerazione le diverse fasi di sviluppo. 

In questo articolo però vorrei proporre alcuni (s)punti di riflessione, per insegnanti e famiglie, per discutere di questa serie con i più grandi, che di certo avranno bisogno ugualmente di qualcuno che argomenti con loro ciò che hanno visto, analizzando i significati sottesi alla serie. Ovviamente è interessante sempre partire da ciò che i ragazzi e le ragazze hanno percepito, quali sono i pensieri, cosa hanno compreso, quali messaggi secondo loro volevano essere trasmessi ecc, ma di certo questa sarà un’occasione preziosa per aprire orizzonti di pensiero e iniziare a discutere attivamente di ciò vivono e vedono.

Ecco quindi 6 piccoli (s)punti per riflettere insieme a ragazzi e ragazze su SQUID GAME (ce ne saranno molti altri ma questi sono i primissimi che mi sono venuti in mente a caldo, dopo aver visto la serie):

  1. IL DEBITO COME TRAPPOLA

I personaggi del gioco sono per la maggior parte persone in debito economico con la società, con usurai, con le banche, sono persone che nella vita hanno perso, hanno giocato o hanno investito denaro non loro, hanno creato debiti, hanno distrutto le loro relazioni affettive, sono persone che, per ripagare i debiti fatti hanno addirittura ceduto i loro diritti corporei. Quante volte alcune persone si mettono in situazioni che possono attivare un meccanismo simile, pensiamo al gioco, alle dipendenze, alla partecipazione a bande, alle situazioni in cui per ottenere quello che voglio mi rendo dipendente da altri e facendolo perdo l’unica cosa che mi contraddistingue come essere umano, la libertà di scelta, perché smetto, a tutti gli effetti, di poter scegliere. 

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PEDAGOGIA IN ETÀ ADULTA. Quando può servire e perché!

“La misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario”.

A. Einstein

“Sei una pedagogista?? Allora lavori con i bambini!” 

Ecco una frase che mi sento dire spesso. La risposta è ma c’è MOLTO ALTRO, lavoro con i bambini certo, ma soprattutto lavoro con le loro famiglie, con insegnanti ed educatorɜ, con persone adulte e adolescenti, con professionistɜ del settore educativo e non solo. Insomma lavoro con le persone, perché ogni persona può aver bisogno, in un dato momento, di un supporto per rinforzare le capacità di analisi rispetto alle proprie dinamiche comportamentali e cognitive, per identificare bisogni e risorse e, favorire una maggiore consapevolezza. 

L’evoluzione ci insegna che il cambiamento è una costante della vita, ma occorre sapersi adattare e modificare per sopravvivere e, per questo, abbiamo un’innata capacità di autoeducarci, di modificare il nostro agire in base alle vicissitudini della vita e dell’ambiente. Siamo esseri resilienti, o comunque possiamo diventarlo di più, possedendo in noi infinite potenzialità di essere.

Negli ultimi anni quando si parla di educazione degli adulti spesso ci si riferisce all’acquisizione di skills professionali, a me però interessa il valore che la pedagogia apporta all’interno della crescita continua, la sua capacità di leggere la realtà nella complessità, aprendo orizzonti e promuovendo nuove possibilità. 

La pedagogia è scienza metabletica (J. H. van den Berg, Metabletica of leer der veranderingen, 1956) ovvero scienza del cambiamento, perché sviluppa la capacità di ricostruirsi e reinventarsi, per questo, può essere un valido supporto in momenti di transizione, insofferenza e difficoltà o per affrontare quelle sfide, fuori o dentro di noi,  che spesso ci paralizzano. 

A. M. Mariani afferma che l’educazione degli adulti propone “un allargamento delle risorse cui attingere (…) affinché l’adulto possa rinascere più volte, coinvolgendo identità personale e professionale, stili di vita e rapporti interpersonali nella paradossale, ma non insensata, capacità di modificare il proprio passato, oltre che di dirigere il presente e d’incidere sul proprio futuro” (A.M. Mariani, M. Santerini, Educazione Adulta. Manuale per una formazione permanente, 2002).

Ecco, credo che queste parole racchiudano un po’ il centro del lavoro pedagogico con le persone adulte, qualcosa di infinitamente arricchente non solo per la persona che compie questa profonda trasformazione, ma anche per tutte le persone che la circondano.

Quando non si sta bene ci sono due possibilità, rimanere dove si sta o trovare la forza per compiere i passi che servono per dirigerci verso qualcosa di diverso.  A noi sta la scelta.

Per capire in quali contesti può servire una consulenza pedagogica con gli adulti rimando a https://www.sarabalducci.it/second/cosa-faccio/

Buone trasformazioni!

04 settembre – GIORNATA MONDIALE del BENESSERE SESSUALE

Nel 2010 è stata istituita una giornata dedicata al BENESSERE SESSUALE con lo scopo di divulgare una visione positiva e rispettosa della sessualità e delle relazioni fisiche, ma anche per fornire informazioni, parlare di rispetto, malattie, buone prassi e libertà.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2002, definisce la salute sessuale “come uno stato di benessere fisico, mentale e sociale (…) che richiede un approccio rispettoso, nonché la possibilità di avere esperienze sessuali piacevoli e sicure, libere da ogni coercizione, discriminazione e violenza. Per raggiungere e mantenere la salute sessuale, i diritti sessuali di OGNI ESSERE UMANO devono essere rispettati, protetti e soddisfatti.”

Quindi non è solo necessario promuovere una giornata per il benessere sessuale ma urgente, perché ancora troppe volte permangono pregiudizi e preconcetti nei confronti della sessualità, ancora troppi sono i tabù, troppe sono le violenze sessuali, troppi i comportamenti rischiosi, troppa la disinformazione, troppa la mancanza di rispetto all’interno delle relazioni e troppo poca la consapevolezza.

Spesso non è solo una questione di età, non sono solo i giovani e le giovani a compiere atteggiamenti preoccupanti, in molti casi sono anche le persone adulte a perpetuare dinamiche disfunzionali e poco rispettose relative alla sessualità.In Italia l’età media del primo rapporto sessuale avviene a circa 15 anni.

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27 gennaio 2021. Serve ancora Ricordare.

GIORNATA DELLA MEMORIA

“Ricordare è un dovere: essi non vogliono dimenticare, e soprattutto non vogliono che il mondo dimentichi, perché hanno capito che la loro esperienza non è stata priva di senso, e che i Lager non sono stati un incidente, un imprevisto della Storia.” P. Levi

Il 27 gennaio 1945 i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz vennero abbattuti e circa 9.000 prigionieri furono liberati dall’esercito sovietico. Questa data rimane simbolo della fine di orrori, tra i più atroci della storia, un’eliminazione sistematica da parte dei nazisti di milioni e milioni di persone: ebrei, rom, slavi (polacchi, russi..), omosessuali, persone con disabilità, dissidenti politici e religiosi, testimoni di Geova, persone definite asociali (come le prostitute, i senzatetto, alcolisti, tossicodipendenti, mendicanti..). 

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Educazione e Intelligenza Emotiva: 6 (s)punti per incrementarla

Se nello scorso articolo abbiamo spiegato cos’è l’Intelligenza Emotiva e perché è tanto importante parlarne (qui il link https://www.sarabalducci.it/second/2021/01/14/intelligenza-emotiva-cose-e-perche-se-ne-parla-tanto/ ) ora vediamo come è possibile incrementare questo tipo di intelligenza attraverso 6 piccoli (s)punti.  

Foto di Thanks for your Like • donations welcome da Pixabay 
  1. NOMINARE LE EMOZIONI! E’ importante fin dalla tenera età nominare e conoscere le diverse emozioni. Cerchiamo di non limitarci a dire “sto bene”, “sto male”, “sono triste o felice”, pian piano, con la crescita, andiamo ad approfondire le diverse sfumature emotive che si possono provare. Ad esempio possiamo sperimentare malinconia, paura, nostalgia, solitudine, apatia, noia, senso di colpa, entusiasmo, euforia, desiderio, rabbia, appagamento, soddisfazione e tante altre emozioni! Come ho spiegato nel video e nell’articolo IL VALORE DELLE PAROLE (qui il link https://www.sarabalducci.it/second/2020/04/10/il-valore-delle-parole ), anche saper nominare le emozioni, conoscerle, permetterà a bambini e bambine nonché futuri adulti, di capire cosa accade nel loro mondo interiore e poterne quindi prendere atto. Da non sottovalutare, inoltre, è la diversa intensità delle emozioni, ad esempio, prima di provare un’emozione fortissima come una rabbia accecante, ci saranno altre emozioni precedenti, come l’irritazione, la gelosia, la frustrazione e, a volte, saper gestire i segnali delle nostre emozioni di minore intensità, ci potrà aiutare ad anticipare situazioni più faticose, come un’azione violenza o un’atteggiamento furioso.
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